"Toc toc" "Chi è?" "La realtà"

Eh già.
Dopo le prime settimane di vita nella mia bellissima bolla, ecco che questa, senza che me ne accorgessi, era diventata sempre più fragile...
Naturalmente, l'università ha cominciato a rivelarsi una cosa seria. Erasmus, Erasmus, ma ragazzi se ho studiato...
La giornata tipo era: lezione, caffè, biblioteca, caffè, casa, birra e biliardo (va bene, lo ammetto, la pausa caffè avveniva più spesso).
Inizio delle lezioni, uno shock.
Le ore erano poche, nulla a che vedere con le giornate passate in università in Italia, e di conseguenza gli argomenti, almeno nelle facoltà umanistiche, vengono trattati una volta e mai più toccati. Quindi, deciso su cosa scrivere il tuo saggio, sta a te fare tutte le ricerche del caso, trovare libri, fonti, articoli e quant'altro.
In breve, la didattica è quasi inesistente. Non fraintendetemi, i professori sono bravissimi. Ma per come siamo abituati qui, dove un argomento viene ampliato, collegato, trattato più volte, eventualmente rispiegato, rendendo lo studio più approfondito e la memoria più duratura, questa cosa che potrei riassumere con "Te l'ho spiegato a grandi linee, 'mo t'arrangi" mi aveva destabilizzata, e non poco.
Lassù, non è detto che l'argomento su cui vuoi scrivere verrà trattato in tempo per la consegna del saggio, e se ti va di sfiga e verrà spiegato dopo, dovrai pregare di non scrivere fregnacce assolute e rimetterti alla benevolenza del professore, che pregherai ti dia almeno una bibliografia sommaria.
Quindi, ecco che trovi costantemente il mondo in biblioteca, gente seduta per terra, gente a studiare sui poggiapiedi (si, esatto, i poggiapiedi) in mezzo agli scaffali, il tutto con l'incessante "tic tic tic" delle dita sulle tastiere dei computer come sottofondo (quasi tutti avevano l'ultimo Macbook uscito sul mercato, se vi interessa saperlo. Una volta sono arrivata con il mio Asus, bella tranquilla, mi sono seduta, e ritrovata circondata da una tale sfilza di Mac da entrambi i lati da farmi quasi dire "vabbè regà, mi alzo e me ne vado, così non vi attacco la poverite").

Ecco una tipica situazione da "l'argomento del mio essay verrà trattato dopo il termine di consegna"













Però, il calduccio, i caffè, le cioccolate, essere immersa nei libri per gran parte della giornata, guardando la pioggia che batteva sulla finestra, avevano il loro perché.
L'autunno e l'inverno nei paesi del nord hanno un altro sapore, e dopo averne passati due su, posso confermarlo. Trovo strano, adesso, che ancora a fine settembre faccia caldo, che non possa già stare in calzettoni e con la coperta addosso mentre leggo o guardo Netflix.
Mi manca il clima autunnale di su.
Ad ogni modo, era d'obbligo la puntata giornaliera al nostro amato Curiositea, la tea house del campus, dove la sera organizzavano poetry slam e acoustic coffee sessions.
E fuori la pioggia.
E tu al caldo.
Saudade, direbbero i portoghesi. Una profonda malinconia.
E così passavano le nostre giornate inglesi, tranquille, un po' umide (talvolta molto bagnate) ma con un ritmo tutto loro, scandito dalle gocce che cadevano e dal tipo di bevanda calda che andava bevuta alla tale ora.

Curiositea e Snooker, due passioni in una.


La sera però, anche se stanchi, ci ritrovavamo in cucina mentre ognuno preparava la sua cena... e che meraviglia ogni volta, quando una pentola di pasta era accanto ad una padella di verdure al curry e curcuma, mentre in forno cuoceva lo yorkshire pudding e l'arrosto di qualcuno, e intanto parlavi della tua giornata, "stasera facciamo qualcosa?", "che profumo" e "di chi è il pollo carbonizzato?"
E allora decidevi che non potevi esimerti dal fare qualcosa con gli altri, dunque una partita a biliardo la si doveva fare per forza, e solo accessoriamente qualcuno finiva steso su un lato del tavolo dopo la terza Desperados, mentre dall'altro c'era il lord che con pazienza zen cercava di farmi capire come diavolo fare buca di sponda senza mandare la pallina bianca nella buca del tavolo accanto (si, si, ridete, poi voglio vedere voi!).
Oppure si decideva di stare in intimità, e allora si facevano le serate in due, con pancake, vino e film...
Ed è stato proprio durante una di queste sere che la mia bolla ha cominciato a dissolversi.
Eravamo nella sua cucina, con una bottiglia di rosso appena stappata, stanchi dopo ore passate in biblioteca.
Me ne stavo appollaiata sullo sgabello dell'isola, sorseggiando il vino, quando "Ma quindi, di questo cosa ne facciamo?"
Mi fermo con il bicchiere a mezz'aria "Cosa intendi con 'questo'"?
"Noi"
"Non credo di seguirti"
Posa il bicchiere, terribilmente serio "Dobbiamo decidere cosa fare quando te ne vai"
Mi va di traverso il vino. Magari è solo stanco... "Ma io parto fra 5 mesi..."
"Eh, appunto. Quindi?"
Sono sbalordita. Evidentemente abbiamo due concetti diversi di DTR, io avrei parlato di "definire tipo di relazione", ma per lui è meglio stabilirne il tempo.
Ma puoi stabilire il TEMPO di una relazione? Come puoi averne appena intrapresa una, e pensare a cosa fare fra 5 mesi?
Così glielo chiedo.
Non vuole relazioni a distanza.
Ah.
"Quindi stai dando una data di scadenza?"
"No, io..."
"Stai dando una data di scadenza"
"Preferisco pianificare le cose"
Gli rispondo fredda che magari fra 5 mesi non staremo neanche più insieme, sentendomi rispondere che è peggio pensarla così che pensare di arrivare comunque alla fine.
Due concetti diversi di positività, è evidente.
E proprio in questo preciso momento, quando avevo appena iniziato a scrivere il mio primo saggio, alle prese con un nuovo metodo di studio, un tipo di esame mai fatto, precisamente in quel momento, in cui avrei sperato di allontanarmi da questo disorientamento iniziale, ecco che la mia consapevolezza si risveglia, che mi rendo conto di aver vissuto per un mese nel Paese delle Meraviglie, come la mia degna omonima, ma che ormai è l'alba, e pian piano la situazione da sogno (sia ben chiaro, non il sogno, perché l'intera esperienza è stata un po' un sogno) comincia a mostrare qualche venatura, e io pian piano comincio a scendere di nuovo con i piedi per terra.
Naturalmente, tutte le esperienze più belle, anche le più idilliache, dopo un po' cominciano a darci quei segnali che sembrano volerci ricordare che, dopotutto, siamo ancora sulla Terra, e ben bene intrisi di realtà.
E così quella sera siamo arrivati all'amara conclusione di darci ancora un po' di tempo per decidere che scadenza dare alla relazione.

Ripensandoci adesso, a quasi due anni di distanza, mi rendo conto di che razza di assurda richiesta fosse, e mi chiedo come io possa aver accettato un tale accordo. Forse avrei dovuto dire che data di scadenza per data di scadenza, se lui ci teneva tanto poco, tanto valeva finirla lì.
E invece no, è vero che la realtà cominciava a mostrarsi, ma io ero ancora presa dalla novità, dall'ebbrezza, e dalla sua patina di uomo perfetto, arrivando addirittura a pensare che forse aveva ragione e che fosse la cosa giusta da fare, in fin dei conti.

Ah, l'amour.

P.S. Però avevo anche scoperto che esistono ancora gli Happy Hippo.

Una bambina golosa e felice


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