"Non è tutto oro quel che luccica" ovvero "Tiriamo due somme a un anno dalla laurea"

3/10/2016 - 3/10/2017

Precisamente un anno fa, dopo fatiche che Ercole spostati, ho visto la luce e la laurea.
Un anno sembra lontano e vicinissimo allo stesso tempo.
In 365 giorni sono cambiate tante cose, eppure mi ritrovo al punto di partenza.
Un anno fa ero tutta presa dalla fatidica domanda "E ora?", ma ero stata previdente, e sapendo che non mi sarei fermata alla triennale, era un "E ora?" piuttosto blando. 
Sarei tornata in Inghilterra, avrei avuto si nuovi coinquilini e nuovi compagni di corso, ma anche gran parte degli amici che avevo lasciato su. Non sarei stata del tutto sola, e avrei avuto un altro anno di studio davanti.
Dopotutto, la mia vita non sarebbe cambiata molto, sarei tornata alla mia seconda casa e avrei di nuovo assaporato la totale libertà di vivere per conto mio.
Certo, sapevo meglio di prima che me la sarei dovuta cavare da me, e anche più dell'anno passato. E che il master avrebbe richiesto più sforzi ed energie dell'Erasmus (ma non mi dire?).
Comunque, niente di insuperabile.
Non che il distacco sia stato facile, sia ben chiaro.
Non lo è mai.
E allora via di nuovo con i bagagli di speranze, aspettative e vestiti pesanti alla volta dell'Albione!
Ma, e qui lo ammetterò pubblicamente, sinceramente e spassionatamente: un po' mi ha delusa.
Ma come?
L'università per cui non sei praticamente andata in vacanza, per cui ti sei ammazzata sui libri giorno e notte perché avevi la possibilità concreta di tornare, l'università che avevi trovato meravigliosa, tanto quanto gran parte dei professori?
Proprio quella.
Eppure, se avevo deciso di tornare era perché ero sicura, sicurissima, che sarebbe stato un ultimo anno col botto.
E invece... ni.
Ni, perché è vero, amo quel posto, e gli amici che ho trovato, e bene o male il corso era quello che volevo fare; era dall'anno della maturità che scalpitavo perché mi era stato detto "Prenditi una laurea. Poi vai a studiare teatro".
Dove sta il problema?
Il problema è che, con il passare dei mesi, le mie speranze sono rimaste un po' abbacchiate.
Forse non sarei dovuta partire con aspettative così alte.
Ma se l'esperienza precedente era stata talmente folgorante da convincermi a tornare, cos'era cambiato?
Che entrandoci da postgraduate, e diventando parte effettiva di un dipartimento invece di saltare da un corso all'altro come una pallina pazza, tutto quello splendore diventava talvolta un luccichio, e andando a scavare ecco che viene fuori che, paroloni e tronfi sbandieramenti a parte, non è altro che una normale università, con l'unica differenza che loro l'hanno saputa vendere.
Un'università dove si trovano ottimi insegnanti tanto quanto se ne trovano di mediocri, e dove l'estrema attenzione che dicono di dare allo studente non è poi tanto diversa, invece, dalla scarsa attenzione che ci veniva data in Italia.
Che i professori sono evasivi ed elettronicamente irraggiungibili quanto lo sono qui, con poche, rare eccezioni.
E per spezzare una lancia a favore della tanto mal rappresentata e sempre additata università italiana, da parte di una che ha frequentato sia l'una che l'altra, vi posso assicurare che la cultura che acquisiamo qui, anche grazie a quei corsi di cui lì per lì pensiamo "Ma perché se faccio lingue devo fare diritto? Ma a chi è venuto in mente di farci fare economia, poi?" e simili, lì non è altrettanto vasta.
Vero, tanto studio e ricerca lo fai tu.
Vero, negli essay porti avanti la tua opinione.
Ma la tua opinione deve essere avvalorata dalla bibliografia di Tizio, Caio e Sempronio, perché altrimenti ti viene chiesto "Ma questa cosa dove l'hai letta? Chi l'ha detta?"
Come chi l'ha detta, l'ho detta io. Mi avete chiesto un'opinione, e io ve l'ho data.
"Ma non ne ha mai scritto nessuno?"
NO CHE DIAMINE, È MIA L'OPINIONE. 
MIA.
No, niente, potrei discuterci per ore che tanto sarebbe come tirare testate contro un muro.
E sono anche capaci di abbassarti il voto (e non di poco) perché la formattazione non era esattamente quella che volevano.
E il contenuto?
Se hai ripetuto quello che dice qualcun altro, bene. Sennò, un po' meno.
E le incredibili opportunità che sarebbero piovute non appena avessi aggiunto il nome dell'università al curriculum?
Ad oggi, non è ancora servito a granché.
Dopotutto, è quasi una S.p.A, e fa quello che ogni azienda fa: si vende, e anche dannatamente bene.
Circonfusa dall'aurea di quello che offre come cose in più, da TedX, Business summit, student societies, e tanto, tanto altro, viene invece a cadere sul campo vero e proprio della didattica, che viene un po' a mancare.
Non che non lo rifarei... Ma con i piedi inchiodati a terra.
L'altro vero, enorme, problema  che è venuto fuori durante gli ultimi 12 mesi è che, nonostante io stia cercando opportunità da ben prima che finisse l'anno accademico, le possibilità nel campo delle arti siano tendenti a zero.
E non crediate che nella patria del teatro moderno le cose siano diverse da qui:
Conosci qualcuno? Prego, entra.
Non conosci nessuno? Ti scortichi le unghie sulla porta che ti sbattono in faccia.
E allora che fai? Provi a entrare dalle porte di servizio, dalla finestra...
E sembra che l'unico settore attivo sia quello del marketing.
Marketing, business, marketing, business, creative... nel marketing e business.
La monetizzazione dell'arte è ovunque.
Di quale arte, però, non si sa.
Tutti la vendono, ma se la vuoi fare ti ridono in faccia.
Ma quindi cos'è che vendete?
E cos'è che volete?
Volete un creativo? Volete un businessman?
Un artista che però sia anche un businessman e che sappia perfettamente come funzioni il web marketing?
Non si sa.
Intanto ti butti giù, non trovi, e sconsolato mandi cv per entrare in quel settore che è quanto di più lontano possa esserci dall'arte, quanto di più gretto ci possa essere.
E intanto tu hai studiato.
E ci hai speso fatica, (tanti) soldi, e continui freneticamente a dare pugni contro quello stramaledetto portone chiuso.
E allora, a 365 giorni di distanza, con in mano un pezzo di carta in più, sono messa esattamente come allora.
Solo un po' peggio.

"E ora?"
A.







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