Se solo ci mettessimo un po' di più nei panni degli altri

Questo é un post scritto a caldo, appena tornata dal campus.
Quello che ho fatto oggi è stata forse una delle cose più coraggiose che potessi fare: mi sono resa vulnerabile.

Tutto è nato perché per uno dei corsi del master, abbiamo dovuto mettere su una socially engaged intervention, su una tematica che sentiamo particolarmente vicina, e così ho deciso di farla sulla pressione che i media fanno su di noi, e più in generale volevo cercare di capire come tale pressione e certi stereotipi influenzino o meno il nostro giudizio sulle altre persone.
Perché siamo onesti, possiamo anche essere le persone migliori di questo mondo, ma tutti noi giudichiamo, spesso anche inconsciamente, quando vediamo qualcosa che non rientra esattamente nei nostri canoni.
Mi ci sono volute diverse settimane, ma alla fine ho deciso che la cosa migliore per portare a termine questo esperimento sarebbe stato chiedere agli altri, a estranei, di giudicarmi vis-à-vis, scrivendo quello che volevano direttamente sulla mia pelle. 
E poi invitarli a scrivere su un cartellone un giudizio negativo, una critica, una frase che aveva fatto loro male, e su un altro come risponderebbero oggi a tale commento.
Stavo chiedendo a perfetti sconosciuti di prendere in mano una penna e scrivere il loro giudizio, sincero, letteralmente su di me.
Chi mi conosce bene, sa quanto questo mi spaventasse: il rapporto con me stessa, e con il mio corpo, non è mai stato dei migliori. Gliene ho fatte di ogni, l'ho bistrattato, rifiutato, criticato. E il dover lasciare che fossero persone mai viste a farlo mi ha messa sotto stress, e non poco. Ieri sera quasi mi sono pentita di non aver scelto qualcosa che non mi toccasse così tanto.
E mentre mi preparavo non potevo non pensare a tutte le volte che mi è stato detto che non ero abbastanza. Non abbastanza intelligente, non abbastanza talentuosa, non abbastanza carina o non abbastanza magra.
Ed è così che il titolo che ho dato a questa mia intervention è "Not... Enough"
L'impossibilità di prevedere il giudizio altrui mi spaventava a morte.
Ma questa intervention andava fatta, ci verrà dato un voto, e non ci si poteva tirare indietro. E se c'è una tematica che mi ha sempre toccata è lo shaming, di qualunque genere.
Ho voluto testare, attraverso me stessa, gli altri. Volevo vedere se quegli estranei, dopo aver spiegato cosa stavo facendo e mostrato loro titoli di giornali che giudicavano o mettevano pressione sui lettori, una volta messi davanti a qualcuno che chiede loro di avere il coraggio di giudicarla faccia a faccia, sarebbero stati spietati come a volte siamo, o meno. E se in fondo siamo davvero così influenzati da quello che viene detto o mostrato. 
La risposta è stata positiva al 100%. Chi si è avvicinato si è messo nei miei panni, pensando a come si sarebbero sentiti al mio posto, e allo stesso tempo a come li aveva fatti sentire quel commento doloroso. E come anche loro si sentono costantemente oppressi da modelli che non sono modelli.
E si sono aperti.
E sono stati sinceri.
E hanno riconosciuto quanto sia divisivo il giudicarsi costantemente l'un l'altro.
L'esperimento "sociale" è riuscito, le persone si avvicinavano titubanti e se ne andavano con il sorriso.
E io sono diventata un po' più forte di ieri.
Magari se ci mettessimo un po' più spesso nei panni gli uni degli altri, senza lasciarci confondere da media, stereotipi e schemi, saremmo tutti un po' più felici.






     


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