"To the bone". Lo sminuimento dei disturbi alimentari e l'incapacità di analisi della critica.
Ammetto di aver perso la vena e l'ispirazione, abbandonando ogni buon proposito di scrivere in modo continuativo, ma nessuna delle idee che facevano capolino arrivava a convincermi.
Poi è arrivato l'anno nuovo, e con quello il coraggio di vedere To the bone (Fino all'osso), un film che ho volutamente ignorato per mesi.
Principalmente, l'avevo escluso dalla lista per due motivi:
1) ero terrorizzata che avrebbe romanticizzato una realtà che di romantico e simil-decadente non ha nulla.
2) che non l'avrebbe fatto e avrebbe mostrato le cose nella maniera più veritiera possibile.
E trattandosi di una realtà vissuta in prima persona, rifuggivo da entrambi.
Fino a quando una sera, indecisa su cosa guardare, Netflix ha deciso che metterlo nella lista dei consigliati fosse una buona mossa: ho tentennato per un po', play/stop, play...stop...
"Sono sicura di voler affrontare l'argomento? Sono pronta?" No.
"Potrebbe farmi venire di nuovo strane idee?" Forse.

Play.
Se un elefante mi si fosse seduto sullo stomaco, sarebbe stato probabilmente più piacevole.
Tuttavia, fra alti e bassi (la fine, ammetto, è un po' troppo onirica e sospesa: la realizzazione non avviene da un momento all'altro nel mondo dei sogni), il film è riuscito a dare un'idea sufficientemente ampia dei disturbi alimentari.
E la critica? La critica si è quasi universalmente schierata contro il film, la regista e l'attrice protagonista perché "romanticizza il problema", "non dà l'intero spettro della situazione", "la protagonista si trucca e ha lo smokey eye, è troppo glamour" (questa poi mi ha fatta ridere), "la protagonista è bianca", "il medico è uomo", e tutte le solite storie trite e ritrite che gridano "Blame it on the patriarchy" ogniqualvolta non si sa cosa dire.
Non capiamo (o vogliamo capire) qualcosa? Diamo la colpa al patriarcato, tanto ci sarà sicuramente una qualche pseudo-femminista da strapazzo che ci sosterrà.
Non accettiamo (o vogliamo accettare) qualcosa? Sicuramente è il patriarcato.
La solita formula, a cui di volta in volta viene aggiunto un pizzico di "colpa dei social media" o "la pubblicità/ la moda" hanno rovinato la società.
Ecco, se tali critici fossero stati vagamente più attenti al film, e l'avessero guardato senza partire prevenuti o pieni di preconcetti, avrebbero forse notato come il film tagli le gambe a questo cliché, sin dalla prima scena del film, in cui Ellen (Lily Collins) reagisce con sarcasmo e dark humour alle frasi/cliché da "blame it on the fashion magazines" di ragazze in clinica con lei.


Poi è arrivato l'anno nuovo, e con quello il coraggio di vedere To the bone (Fino all'osso), un film che ho volutamente ignorato per mesi.
Principalmente, l'avevo escluso dalla lista per due motivi:
1) ero terrorizzata che avrebbe romanticizzato una realtà che di romantico e simil-decadente non ha nulla.
2) che non l'avrebbe fatto e avrebbe mostrato le cose nella maniera più veritiera possibile.
E trattandosi di una realtà vissuta in prima persona, rifuggivo da entrambi.
Fino a quando una sera, indecisa su cosa guardare, Netflix ha deciso che metterlo nella lista dei consigliati fosse una buona mossa: ho tentennato per un po', play/stop, play...stop...
"Sono sicura di voler affrontare l'argomento? Sono pronta?" No.
"Potrebbe farmi venire di nuovo strane idee?" Forse.

Play.
Se un elefante mi si fosse seduto sullo stomaco, sarebbe stato probabilmente più piacevole.
Tuttavia, fra alti e bassi (la fine, ammetto, è un po' troppo onirica e sospesa: la realizzazione non avviene da un momento all'altro nel mondo dei sogni), il film è riuscito a dare un'idea sufficientemente ampia dei disturbi alimentari.
E la critica? La critica si è quasi universalmente schierata contro il film, la regista e l'attrice protagonista perché "romanticizza il problema", "non dà l'intero spettro della situazione", "la protagonista si trucca e ha lo smokey eye, è troppo glamour" (questa poi mi ha fatta ridere), "la protagonista è bianca", "il medico è uomo", e tutte le solite storie trite e ritrite che gridano "Blame it on the patriarchy" ogniqualvolta non si sa cosa dire.
Non capiamo (o vogliamo capire) qualcosa? Diamo la colpa al patriarcato, tanto ci sarà sicuramente una qualche pseudo-femminista da strapazzo che ci sosterrà.
Non accettiamo (o vogliamo accettare) qualcosa? Sicuramente è il patriarcato.
La solita formula, a cui di volta in volta viene aggiunto un pizzico di "colpa dei social media" o "la pubblicità/ la moda" hanno rovinato la società.
Ecco, se tali critici fossero stati vagamente più attenti al film, e l'avessero guardato senza partire prevenuti o pieni di preconcetti, avrebbero forse notato come il film tagli le gambe a questo cliché, sin dalla prima scena del film, in cui Ellen (Lily Collins) reagisce con sarcasmo e dark humour alle frasi/cliché da "blame it on the fashion magazines" di ragazze in clinica con lei.
"Ugh, society’s to blame, the world is so unfair, I have to die" (Ellen)
Con questo non si vuole negare che non siano parte del problema, ma che non ne sono l'essenza.
Perché se è vero che per persone in una certa fascia d'età anche i media, in tutte le loro espressioni, fanno la loro parte, è altrettanto vero che relegare il problema al voler emulare modelli vuoti come sola ragione dell'autolesionismo è un insulto all'intelligenza di chi nel disturbo si trova avviluppato, spesso senza arrivare a comprenderne razionalmente tutte le ragioni.

"Ma non devi credere a quello che vedi in giro, è tutto Photoshop!"
E grazie tante, menomale che sei arrivato tu a dirmelo, altrimenti non ci sarei arrivata da sola.
Con la suddetta, e altre geniali frasi simili, non solo il disturbo viene relegato alla voce "capriccio" ma si svilisce chi già sta tentando di venirne fuori.
L'effetto? Controproducente.
E il film vuole sottolineare subito che non sarà, né vuole essere, un J'accuse generale senza capo né coda alla "società" (qualsiasi cosa il termine intenda, perché di significati ne ha a non finire).
Ma niente, gran parte della critica chiude gli occhi e fa orecchie da mercante.
E invece, nonostante abbia le sue pecche, il film cerca di dare una visione più ampia non tanto delle motivazioni dei personaggi, che sono per lo più insondabili, quanto delle reazioni al disturbo e alle cure, della loro confusione nel non riuscire ad afferrare in toto le proprie emozioni e a come cercano anzi di annichilirle, e insieme ad esse, le reazioni e gli atteggiamenti nei loro confronti degli "esterni", di quelli ritenuti "sani", soprattutto dei familiari, che riescono a sbagliare completamente approccio nei confronti della protagonista e della malattia, con un comportamento che va dal naif all'egoistico, come spesso e volentieri succede quando anche chi ti vuole bene non riesce o non vuole afferrare la questione e la rilega a una questione prettamente estetica, forse per proteggersi dal dover mettere se stessi in discussione.
E allora vediamo la matrigna che minaccia Ellen di cacciarla di casa "se non guarisce", "se non decidi di smetterla", per poi farle preparare un'enorme torta a forma di hamburger con tanto di scritta "Eat up, Ellen".
Per chi non ci è passato, può sembrare una scena quasi simpatica.
Vi assicuro che non lo è, e mi ha raggelata, perché invitare a mangiare o addirittura abbuffarsi è la prima cosa da evitare, e immedesimandomi nella protagonista mi è quasi salita la rabbia.
Anche in questo caso, i critici non hanno toccato l'argomento, quando invece questi atteggiamenti sono frequenti, perché chi li assume è convinto che con minacce o svilimento della persona, facendole notare quanto sia "brutta ridotta così", sia la chiave di volta, e che scateni una qualche reazione opposta e magicamente torni a mangiare "per tornare bella".
E invece frasi come "guardati, sei un fantasma, mi fai impressione", "Pensi forse di essere bella?" e "Certo, se non ti si contano le ossa non ti senti alla moda" e simili scatenano la reazione assolutamente opposta, perché al disturbo e alla sensazione di non essere abbastanza, si aggiunge la denigrazione e lo sminuimento del problema.
Ma anche a questo proposito, nessun critico ha sfiorato l'argomento: è più facile puntare le luci solo su chi sta male, piuttosto che illuminare l'intero ambiente circostante e analizzarlo, anche se si tratta di un film.
Un'altra critica è stata sul fatto che il medico sia uomo.
Vero, ma si sono dimenticati di far notare che il medico che però punta dritto al problema, e al perché i personaggi siano arrivati all'autolesionismo, è invece una donna, durante la prima seduta di Ellen nella "nuova casa".
E quello che dice non lascia scampo a ulteriori interpretazioni, perché la frase centra il bersaglio in pieno.
Ed è una delle chiavi d'interpretazione di certi comportamenti.
"It's not about 'thin enough', right?
There's no 'thin enough'. It doesn't exist.
What you crave is the numbing of the thing that you don't wanna feel"

Eccola.
La frase-chiave di tutto, che una volta fatta uscire manda tutte le problematiche estetiche di facciata a carte quarantotto.
Eppure in nessuno degli articoli che hanno dato contro al film e alla regista ho letto qualcosa a proposito, quando esattamente questo è il punto focale della questione.
Letteralmente anestetizzare il disagio più profondo, di cui spesso neanche la persona in questione riesce ad afferrarne i fili, anestetizzare qualsiasi cosa faccia male, sfogandosi su, o meglio contro, il cibo, in modo che il male fisico copra quello interiore.
Perché in fondo, "se scompaio io, scompare il dolore", ma la verità è che non è mai abbastanza, e si cade nel circolo vizioso dell'affaticarsi quanto più possibile per non avere neanche lontanamente le energie per pensare a cosa ti fa stare male: l'attività fisica continua, il conteggio delle calorie di ogni singolo boccone, per poi calcolare quanto esercizio dovrai fare per bruciarne il doppio.
.
E fra tutti i bersagli mancati dalla critica, quest'ultimo è forse il più grave, perché sia Marti Noxon, la regista, che Lily Collins, hanno combattuto contro disturbi alimentari, e sanno perfettamente che il vero problema non sta nelle foto ritoccate o nell'oggettivazione della donna, quanto nel senso d'inadeguatezza del singolo, che cambia da individuo a individuo, e di cui hanno cercato di mostrarne quante più sfaccettature possibili nel loro film.
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